domenica 28 febbraio 2016

Donatello (1386-1466) e la nuova scultura

"Gli scultori che noi abbiamo chiamati vecchi, ma non antichi, sbigottiti 
dalle molte difficultà della arte, conducevano le figure loro sì mal
composte di artifizio e di bellezza, che o di metallo o di marmo che
elle si fussino ,altro non erano però che tonde;sì come avevano essi
ancora tondi gli spiriti e gli ingegni stupidi e grossi "

Giorgio Vasari, da "Le vite"1550 , vita di Donato

Donatello, Profetino,1406-9, Firenze, Museo di santa Maria del Fiore
Questa la situazione della scultura a Firenze ad inizio Quattocento
Poi arriva lui, Donatello.
Certo è in buona compagnia; studia alla bottega di Lorenzo Ghiberti, viaggia e lavora con l'uomo nuovo Brunelleschi, conosce e "interagisce" con due altri scultori del calibro di nanni di Banco e Luca della Robbia.
Ma la nuova scultura nasce con lui. In fin dei conti artista nuovo è colui che crea un linguaggio nuovo e che è sempre un passo avanti; quando ti sei abituato al sui stile, ecco che si cambia registro.
E Donatello, ogni volta ci spiazza con un'opera nuova .
La sua vita fu lunga e densa di spostamenti ed opere. Nacque a Firenze nel 1386 e qui morì nel 1466.
Si formò, come detto , alla bottega di Ghiberti e lavorò nel "cantiere dei cantieri", l'Opera del Duomo, con tante opere.
Qui ne scelgo solo alcune, che rappresentano però la volontà del cambiamento , attraverso la memoria dell'Antico.
La prima: il san Giorgio per Orsanmichele

Intanto due cose veloci veloci su questa struttura che nacque nel 1290 su progetto di Arnolfo di Cambio .Egli  eresse una loggia destinata al mercato del grano sui resti dell'oratorio di san Michele (ecco la ragione del nome!) a sua volta risalente all'VIII secolo.
Dopo varie vicissitudini, la loggia fu murata in basso e trasformata in chiesa , mentre la parte alta divenne deposito di granaglie da utilizzare in periodi di carestia; nelle pareti esterne, le varie corporazioni di arti e mestieri , fecero a gara per abbellire le nicchie con statue dei santi protettori.
L'arte della Lana, di Calimala, quella dei pellicciai, la corporazione degli orafi ed altri affidarono a scultori fiorentini opere che alloggiavano sui muri della costruzione.
Ecco la ragione del san Giorgio, protettore della corporazione degli Armaioli (oggi l'originale è al Bargello e lungo la via Orsanmichele, sul lato nord, c'è una copia)
Orsanmichele, veduta esterna, lato nord
Donatello, che a questa data, presumibilmente il 1416, aveva gìà compiuto più di un viaggio a Roma alla scoperta dell'Antico insieme all'amico Filippo Brunelleschi, si pone subito il problema di attualizzare il santo.
Era un guerriero, gli sponsor-diremmo noi oggi- erano coloro che fabbricavano corazze ed armi e dunque ciò che ben doveva risaltare erano lo scudo e i calzari.

Proprio lo scudo, dalla forma romboidale allungata crea, grazie alla verticale della croce scolpita, una linea guida che porta il nostro sguardo (dal basso verso l'alto) al nobile volto che nulla ha del santo ma tanto del fiero eroe moderno. 
Le sue gesta sono raccontate nella predella , incorniciata da due scudi scolpiti
Il guerriero a cavallo è colto nel momento in cui sta per infilzare il drago sotto gli occhi della principessa di Trebisonda. Lo sfondo, quasi disegnato secondo le nuove regole della prospettiva brunelleschiana, crea un contrasto tra la grotta del drago/il disordine del male e le arcate a destra ovvero l'ordine del bene. E il primo cielo atmosferico, percorso da nuvole , dell'arte italiana è qui, nello stiacciato (ecco la memoria dell'Antico ed i rilievi della Colonna Traiana!)

Altra città, altra opera, altra tecnica
Donatello, Il banchetto di Erode, Siena, fonte battesimale,1423/27, bronzo

Siamo a Siena, città in competizione con Firenze. Anche qui non si bada a spese e tra le tante nuove commissioni c'è quella per il fonte battesimale.
Lavora il raffinato Jacopo della Quercia, coadiuvato da Ghiberti e Donatello.
E qui l'artista raffigura su più piani il culmine del dramma: l'offerta della testa del Battista al banchetto di Erode.

Osserviamolo
Sul fondo, mirabilmente rappresentato con una tecnica di stiacciato memore della lezione prospettica di Brunelleschi, un'ancella porta sul piatto la macabra offerta; classiche arcate descrivono lo spazio
La pavimentazione a losanghe contribuisce a delineare la griglia prospettica
Ma il dramma è in primo piano e non possiamo fuggire all'orrore, proprio come uno dei convitati che nasconde per metà lo sguardo , come Erode che con il gesto eloquente delle mani poste avanti sembra respingere il gesto da lui comandato , o come il bimbo ai suoi piedi che inorridito vorrebbe fuggire.
Ancora una volta l'azione, la scelta da parte dello scultore di dare vita alla materia .

Di nuovo Firenze, qualche anno dopo.
Siamo nel cantiere di santa Maria del Fiore, sotto la cupola quasi conclusa (ah, Donatello faceva parte del cantiere della cupola del Duomo, chiamato per consulenze da Brunelleschi).
Sopra le porte delle sacrestie, quella dei Canonici e quella delle Messe, si era deciso di porre due cantorie, cioè balconate destinate ad ospitare i coristi - spesso voci bianche-addetti ai canti liturgici.
La prima fu affidata a Luca della Robbia che illustrò nei riquadri  classicamente inquadrati da lesene binate, il salmo 150, cioè la lode a Dio attraverso i suoni di cetre, arpe, tamburi, trombe e danze.
Posta a sud, la Cantoria vibrava di luce solare
Luca della Robbia, Cantoria, 1431-38,Museo dell'Opera del Duomo, Firenze

La Cantoria di Donatello invece era  a nord, quindi sempre in ombra.
Ecco allora che l'artista decide di animare la danza sfrenata di puttini scarmigliati con uno sfondo di tarsie dorate e multicolori, memori delle decorazioni che Arnolfo di Cambio aveva previsto per l'involucro esterno di santa Maria del Fiore.
L'attenzione filologica al contesto architettonico è qui testimoniata proprio da questo accorgimento, utilizzato per dare ancor più dinamismo alla composizione.
Donatello, Cantoria, 1433-40, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo

Tarsie marmoree del XIV sec., Firenze, Museo dell'Opera del Duomo
Rispetto a Luca della Robbia, Donatello sceglie di dare più profondità alla danza, grazie alle colonne policrome binate che aggettano rispetto ai bassorilievi; la danza "dionisiaca" dei putti ed il loro panneggio classico, mediato da un sarcofago pagano mostrato allo scultore attraverso disegni di Ciriaco d'Ancona, rende mobile il capolavoro che sicuramente era illuminato dalle candele in chiesa.

E adesso, per i Medici!
Donatello, David, 1440, Firenze, Bargello
Al centro del cortile del palazzo Medici Riccardi, appena concluso da Michelozzo, faceva bella mostra di sè questo bronzetto, posto sopra una colonna creata da Desiderio da Settignano.
Subito il giovane David vittorioso sulla brutalità di Golia , divenne il simbolo della casata Medici, da poco rientrata a Firenze.
All'inizio della sua carriera Donatello aveva già affrontato il tema del David (era stata realizzata per santa Maria del Fiore, ben presto però collocata in piazza della Signoria) , ma in quest'opera matura la figura del giovane re d'Israele non è più ammantata ma nuda: è il primo nudo a tutto tondo dell'età moderna ed è chiara l'intenzione di Donatello di voler competere con l'Antico
Donatello, David, marmo, 1408-09, Firenze, Bargello
Rispetto però alla ieraticità di tante statue classiche, qui lo scultore fiorentino dona al giovane David una vita propria: il profeta è colto l'attimo dopo l'impresa, ancora incredulo , col sorriso di un adolescente colto in un'espressione stupita, con un corpo come quello degli adolescenti, non più bambino e non ancora uomo, dall'equilibrio instabile tanto che il chiasmo è risolto a metà, con la spada usata come sostegno e non strumento di forza. 
La testa del nemico, senza alcuna ferita sulla fronte, quasi si confonde con la piccola corona d'alloro usata come basamento.
L'ormai maturo Donatello può permettersi queste "variazioni" sull'Antico e può mostrare come sia a lui congeniale cambiare registro.
E poi c'è una delle sue ultime opere, la più straniante, quasi una meditazione sulla vecchiaia e sulla morte
Donatello, Maddalena,legno, 1453-55, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo
Nella splendida sala del rinnovato Museo dell'Opera del Duomo, campeggia in solitudine la statua che era stata ideata da Donatello per il Battistero fiorentino  ; a destra, in una muta relazione trova spazio la Pietà del Duomo , di Michelangelo
Michelangelo, Pietà, 1547/55 ,Firenze, Museo dell'Opera
e il parallelismo tra queste opere tarde di due grandissimi artisti, è stato giustamente ricercato.
Maddalena, donna che era stata bellissima, qui è raffigurata impietosamente come una mummia, col volto scavato e le ossa in evidenza, vestita dei suoi soli capelli, resi preziosi dall'aggiunta di pagliuzze d'oro sul legno di pioppo bianco. Le mani sono quasi giunte in preghiera e dalla bocca semiaperta si intravede la chiostra dei denti. E' come se la santa stesse recitando, con una flebile voce, la preghiera ultima
Sappiamo che , per rendere ancora più realistica la scultura, Donatello la dipinse e la integrò con stoppa (per i capelli) e gesso (per altre finiture). Nella Firenze di metà Quattrocento, totalmente diversa da quella di inizio secolo, Maddalena rappresenta la crisi e il superamento di quel classicismo di cui Donatello era stato da giovane uno dei principali rappresentanti.
Lo stile è cambiato di nuovo, ma questo diverso registro non piacque.
L'artista morì in solitudine ma qualche decennio dopo , Michelangelo lo "sdoganò" e ne fece punto d'inizio per le tante sue sperimentazioni.
Ma questa è altra storia

domenica 26 aprile 2015

L'Ermitage , ovvero l'eremitaggio di post-impressionisti e Avanguardie

I legami tra la Russia e la Francia sono antichi; il francese era la lingua delle corti e dei salotti ( le prime pagine di Guerra e Pace riportano conversazioni in francese.
Architetti e pittori francesi lavorarono presso la corte degli zar e l'Ermitage acquisì tante tele di artisti francesi.
Poi scoppiò la moda dell'Impressionismo, che conquistò forse prima la Russia che Parigi.

Gli artisti dell'associazione Mir iskusstva (il mondo dell'arte) , attraverso le pagine della rivista Zolotoe runo (il vello d'oro) , riproducevano le opere degli Impressionisti.

Sergei Schukin giunse a Parigi nel 1897 e acquistò il suo primo Monet e fu amore !

Claude Monet, Donna in giardino, olio su tela, 1867
Forse questa tela aveva colpito il mercante per la tanta luce e la quiete del verde .
Seguirono altri Monet, tre Renoir, otto Cézanne, quattro Van Gogh, sedici Gauguin....
E anche Ivan Morozov non fu da meno

Questa splendida  natura morta è un suo acquisto
Paul Cézanne, Natura morta, olio su tela, 1894-95
La composizione è tutta giocata sull'armonia dei colori e l'equilibrio delle parti; le arance risaltano come semplici sfere ("dipingere la natura secondo sfera , cilindro e cono") sul piatto bianco, leggermente inclinato.

Ecco Gauguin

Paul Gauguin, Dove vai? ,olio su tela, 1893
Opera del primo periodo polinesiano, qui si ritrae una splendida donna, forse la compagna dell'artista , che tiene in mano una zucca, contenitore per l'acqua, simbolo di fertilità. E così la madre con il figlio in secondo piano a destra esplicita il concetto di maternità. I colori, stesi per ampie campiture saranno punto di partenza per i fauves.

Ed eccole le Belve!
Quali sono le opere "cult" di Matisse ?
Henry Matisse, Armonia in rosso, olio su tela, 1908
Partiamo da questa. Matisse undici anni prima aveva dipinto un soggetto simile ( La "Tavola imbandita ") ma qui niente dell'interno "alla Degas" è rimasto.
Il pittore avrebbe dovuto presentare questa opera come "Armonia blu" ; Schukin l'aveva richiesta per la sua sala dai divani verdi. 
Effettivamente al Salon d'Automne  del 1908 l'opera era tutta giocata su una gamma di azzurri, una foto in bianco e nero d'epoca testimonia questa scelta.
Poi però Matisse ci ripensa; chiese al mercante russo di lasciargli per un po' il quadro.
E lo trasformò.
Gli omaggi a tutti gli artisti importanti per Matisse sono qui presenti :la sedia è per Van Gogh, l'alzata di frutta è un Cézanne sputato, gli alberi  puntinisti sono un grazie all'amico Signac, il rosso è quello di Gauguin, l'arte come decorazione (vedi la tappezzeria e la tovaglia) ammicca al suo maestro simbolista Gustave Moreau.
E poi tutti i generi pittorici - dal ritratto alla natura morta, dai paesaggi alla scena di genere- sono presenti.
Il profilo della donna poi mostra la risposta "dolce" al cubismo di Picasso; Matisse aveva visto Les demoiselles d'Avignon e non condivideva la rudezza della forma picassiana.

Matisse però doveva farsi perdonare il cambio di colore ; il salotto di Schukin in stile neorococò , coi sui divani verdi era in attesa di un'altra armonia. Eccola

Henry Matisse, La conversazione, 1909, olio su tela
In un interno definito dall'apertura della finestra, delineata dall'arabesco lineare della ringhiera, due simmetriche figure conversano con gli sguardi; i loro profili "assiri" hanno un che di antico e nuovo. L'eleganza preannuncia La danza
Henry Matisse, La danza II, Olio su tela, 1910
L'opera era posizionata insieme alla Musica , sempre di Matisse e sempre all' Ermitage, sullo scalone d'ingresso della casa moscovita di Schukin ed entrambe dovevano essere un meraviglioso effetto cromatico. 
Il "metodo Matisse" - sostanzialmente basato prima sull'armonia e poi sulla composizione, ci viene raccontato dallo stesso artista:
« Il primo elemento della costruzione fu il ritmo, il secondo una vasta superficie blu scuro (allusione al cielo mediterraneo nel mese di agosto); il terzo un verde scuro (il verde dei pini mediterranei). Partendo da questi elementi, i personaggi non potevano che essere rossi, per ottenere un accordo luminoso. »

I tre colori primari sono dosati, come nella ricetta di un grande chef, in egual misura; un terzo, un terzo, in terzo.
L'armonia cui deve tendere il mondo è compiere gesti lievi, è l'antitesi del combattimento, è l'essere pronti ad accogliere nel cerchio chi vuole partecipare ; le due figure in primo piano non stringono le mani ma le lasciano aperte all'accoglienza.
Inoltre Matisse, con questa opera che è diventata un caposaldo dell'arte dell'Occidente, è come se con garbo rispondesse alla veemenza del collega Picasso.
Il quale però era capace di forme plastiche che avevano poco da invidiare a quelle di Michelangelo!
Pablo Picasso, Tre donne, olio su tela, 1908
Questa grande tela -2 metri per 178 cm- mostra come la strada intrapresa dall'artista di Malaga sia quella della supremazia della forma. C'era stata la meditazione sulla retrospettiva dedicata a Cézanne nel 1907, c'era stata la presa di coscienza dell'arte "sintetica" africana, ammirata al museo etnografico del Trocadero a Parigi, c'era l'amore per l'opera di Seurat Le modelle.
Il risultato è sotto i nostri occhi: Picasso è il nuovo classicismo e ancora una volta, se ci avviciniamo alla tela, restiamo ammaliati dalla tecnica di stesura del colore che è perfetta ed accademica.

Ultima opera del mio percorso: l'amato blu

Pablo Picasso, Ritratto di Jose Maria Soler, olio su tela, 1903
Qui si torna indietro di qualche anno.
Soler, sarto alla moda, era uno dei frequentatori abituali del caffè Els 4 Gats, ritrovo abituale dei giovani artisti di Barcellona. 
Picasso , spavaldo e squattrinato ma molto attento alla cura della propria immagine esegue questo malinconico ritratto in cambio di abiti. Grazie a questa immagine un sarto della sua epoca, noto solo nella sua città (magari neanche in tutta!) vive dei nostri sguardi, della nostra ammirazione.
Quando si dice "il potere delle immagini"!

sabato 25 aprile 2015

L' Ermitage di san Pietroburgo ,ovvero il Buen Retiro, Quello che dentro piace a me

Scegliere tra i 60.000 pezzi esposti (dei 2.938.638 posseduti) è da folli.
Ma per dirla alla Nick Hornby, è bello fare delle classifiche.
Intanto un dato di fatto; l'idea del museo balenò a Caterina di Russia- su consiglio però di Diderot- che a metà Settecento decise di accumulare opere d'arte , visto che lei stessa amava dire :"Sono solo una golosa, non una conoscitrice"
La Zarina aveva persino stilato un elenco di norme per accedere alla Collezione: si entrava senza spada e senza cappello, si lasciavano fuori rango e  presunzione, si doveva parlare a bassa voce ed era vietatissimo sbadigliare!
Nel corso dei secoli , L'Ermitage si è arricchito di capolavori e nel Novecento, grazie all'acume di due collezionisti  , Sergei Scukin e Ivan Morozov, il Museo di san Pietroburgo contiene alcune tra le opere più celebri delle Avangiardie.
Questi due collezionisti furono persone  di elevata cultura, strettamente legate ai circoli artistici parigini. Scukin e Morozov avevano rapporti  con le case  di mercanti d'arte quali Durand -Ruel, Bernheim- Jeune e soprattutto Vollard e Kahnweiler.

Ma un elenco lo devo fare.
Allora, ho poco tempo: cartina in mano, decido di dare rapida occhiata ai fiamminghi e agli italiani del Quattrocento (Campin, van der Weiden, Lippi, Leonardo)
Robert Campin, Madonna col bambino, olio su tavola, 1430 ca.

Robert Campin, Trinità, olio su tavola, 1430 ca.
In questo dittico , i due misteri dell'incarnazione e della redenzione sono dipinti in modo , il primo dolce e quotidiano , il secondo duro e tragico.
Ogni oggetto, dal fuoco nel camino alle piccole statuine -un pellicano e una leonessa- sul freddo trono hanno un loro perché.

Via veloce le sale del Cinquecento italiano (Giorgione, Raffaello, Lotto, Andrea del Sarto, Correggio, Tiziano, Veronese e Tintoretto ce li guardiamo in Italia)

Via veloce il Seicento :Caravaggio bellino ma ce ne sono di meglio,Velazquez ce lo si guarda al Prado, Rembrandt...
Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo, olio su tela, 1668-69
E' una delle ultime opere dell'artista che forse qui, rivive la sua esperienza. Anche lui, come il giovane, aveva accumulato ricchezze poi svanite , per ritrovarsi alla fine della vita , solo e colpito da dolorose perdite.
Il vecchio padre cieco che abbraccia il giovane dalle vesti lacere e dai piedi  escoriati, è come se vedesse la calda luce del perdono; chi è in ombra forse disapprova questa scelta.

Il Settecento lo si fa d'un soffio.
 Canova? 
Come non fermarsi davanti alle Tre grazie , magari con il ricordo delle Grazie di Foscolo...
Antonio Canova, Le tre grazie,marmo, 1813
Lo splendore , la gioia e la prosperità incarnati da Aglaia, Eufrosine e Talia, ricordano un'età dell'oro che , a quella data, tanto d'oro non era..

E ancora Friedrich
Caspar David Friedrich, Sulla vela, olio su tela, 1819
Caspar David Friedrich, Tramonto con due uomini, olio su tela, 1835
Caspar David  Friedrich, Le due sorelle, 1818-19
Tutto struggente, soprattutto l'ultima qui sopra; le due donne creano un legame affettivo con le due torri della chiesa e le due figure dolenti ai piedi della croce leggermente a destra.
La pallida luna è esattamente al centro della composizione..

La seconda puntata dell'Ermitage è per il Novecento!

sabato 14 marzo 2015

Botticelli e Boccaccio ; Nastagio degli Onesti, ovvero scene da un matrimonio fiorentino

Il matrimonio, si sa, è un contratto sociale.
Ci si sposa per amore oggi? Forse che sì , forse che no.
Un tempo no.
Nella Firenze del Quattrocento i matrimoni si celebravano solo nelle ricche casate, solo per riunire capitali.
Eccoci qui.
Siamo nel 1483, Giannozzo Pucci (è suo il palazzo qui in alto) sposa Lucrezia di Piero di Giovanni Bini e il sensale di matrimonio è Lorenzo il Magnifico. Insomma, la  Firenze che conta !
Ecco che dunque vengono commissionate quattro spalliere che avrebbero abbellito la dimora (facevano letteralmente "da spalla " agli altri mobili) ma avrebbero anche svolto la funzione di termoregolazione dell'ambiente, riparando dall'umidità dei muri.
La storia, che sembrerebbe macabra, ma un suo perché l'ha , eccome, è quella di Nastagio degli Onesti (Decameron ,giornata quinta, novella ottava).
Il succo è questo: il ricco Nastagio ama non corrisposto una ricca rampolla ravennate, Per far colpo sulla fanciulla, Nastagio sperpera il patrimonio sicché gli amici lo convincono a "cambiare aria".
Da Ravenna il giovane va al porto di Classe ed assiste, un venerdì di maggio, ad una macabra scena : l'inseguimento e la morte di una fanciulla da parte di un cavaliere oscuro che si rivela essere un suo antenato, morto suicida per amore, perché rifiutato dall'amata.

Botticelli e Bartolomeo di Giovanni, Nastagio, primo episodio, tempera su tavola, cm 83 x138, Madrid, Prado

Il fantasma rivela al giovane che alla morte della ragazza, mai pentita per la sua "crudeltà" , venne inflitta ai due giovani una pena da ripetere ogni venerdì ( per tanti anni quanti erano stati i mesi del suo rifiuto) ; inseguimento, assassinio , corpo  dilaniato.

Botticelli e Bartolomeo di Giovanni, Nastagio, secondo  episodio, tempera su tavola, cm 83 x 138, Madrid, Prado

 E così il giovane decide che la storia gli può essere d'aiuto; il venerdì successivo egli organizza in pineta un banchetto al cospetto della giovane e delle famiglie. La scena si ripete di fronte agli astanti atterriti.

Botticelli e Bartolomeo di Giovanni, Nastagio, terzo  episodio, tempera su tavola, cm 83 x 138,
Madrid, Prado

Il risultato è scontato; la giovane torna sui suoi passi e decide di convolare a giuste nozze


Botticelli e Bartolomeo di Giovanni, Nastagio, quarto  episodio, tempera su tavola, cm 83 x 138,
Firenze, Palazzo Pucci

Questo il racconto di Boccaccio.
 Vediamo gli episodi raccontati da Botticelli, che a quella data, 1483, era già artista affermatissimo, oberato dal lavoro, e dunque "costretto" a delegare  la conclusione del lavoro agli aiuti- in questo caso Bartolomeo di Giovanni: in fin dei conti la data delle nozze fissava termini di consegna improrogabili .

Primo episodio
In una pineta, non poi tanto dissimile stilisticamente dal bosco della più nota Primavera , Nastagio compare tre volte: la prima in lontananza a sinistra, davanti ad una tenda (in fondo era fuggito dalla città) , poi più avanti ed ancora, mentre invano cerca di cacciare con un bastone due cani, uno bianco e uno nero (e lo stemma dei Pucci, com'è?)
La ragazza nuda- e con quali artifici Botticelli vela le nudità della fanciulla- inutilmente fugge al cavaliere che qui, rispetto alla novella di Boccaccio, ha un'armatura preziosissima e non nera, segno della ricchezza della casata Pucci
Il paesaggio dolcissimo, rende ancor più drammatico l'avvenimento, ecco la grazia di Botticelli , che non a caso era il pittore più amato alla corte di Lorenzo il Magnifico!

Secondo episodio
Ecco palesata tutta la crudeltà! Il corpo della giovane è squarciato dal cavaliere che apre un solco sulla schiena sinuosa per strapparle il cuore. Il corpo è di un incarnato ormai putrefatto, la scena è ben "splatter"

Il cuore in pasto ai cani!


Terzo episodio
Il banchetto in pineta
La grazia del tempo di maggio è spezzata dalla tragedia che si ripete.
Sugli alberi che ombreggiano il banchetto compaiono tre stemmi: a sinistra quello dei Pucci (una testa di moro in campo d'argento), al centro quello dei Medici - sensali di matrimonio-, a desta quello dei Bini inquartato con quello dei Pucci ( in campo azzurro, squadro d'oro tra due rose e una piramide di sei monti d'oro. In questo particolare non è visibile, ma si può notare nella cornice coeva del secondo pannello)
La critica solitamente riconosce i ritratti di Antonio Pucci, padre dello sposo, nell'uomo vestito di nero che chiude a sinistra la tavolata degli uomini , e del consuocero Pierfrancesco Bini nell'uomo sotto lo stemma Medici. Chissà se allora non potremmo ipotizzare nel ritratto di Nastagio quello di Giannozzo e nella figlia di Paolo Traversari , Lucrezia Bini!

Si noti la tavola imbandita e la si paragoni con le tante rappresentazioni dello sfarzo fiorentino (vedi quella riportata qui sotto dal duomo di Prato, con la raffigurazione del Banchetto di Erode del lezioso fra Filippo Lippi!)

Quarto episodio (l'unico rimasto in Palazzo Pucci a Firenze)
Il banchetto di nozze.
L'architettura "all'antica" denota l'interesse di Botticelli per il classicismo, accresciuto dal viaggio appena concluso a Roma ; aveva lavorato per papa Sisto IV alla Cappella Sistina nel 1481.

Perché un tema così cruento per opere che presumibilmente erano dono di nozze?
Perché fossero monito a Lucrezia; il matrimonio era un contratto stipulato tra famiglie importanti, Lucrezia era poco più che ragazzina, spaventata da un'avventura così grande. E allora qui, come in altre rappresentazioni (su cassoni nuziali, vedi La storia di Lucrezia di Filippino Lippi o Le storie di Virginia dello stesso Botticelli) si doveva calcare la mano sulla necessità delle nozze.
Del resto, anche nella Primavera , Zefiro che insegue e attenta  alla verginità di Cloris, ci racconta di altre nozze, quelle tra Lorenzo di Pierfrancesco de Medici e la sposa bambina Semiramide Appiani
Ma questa è un'altra storia.

domenica 22 febbraio 2015

Il ritratto romano

Prima o poi questo piccolo sogno di scrivere una storia dell'arte attraverso i ritratti devo realizzarlo.
E molto di questa idea parte da qui, dal ritratto nella Roma repubblicana.

Se il rilievo storico ha radici nell'arte plebea, il ritratto romano è di ambito patrizio (anche se verosimilmente i creatori del ritratto repubblicano furono artisti greci, ormai inseriti, loro malgrado, nella sfera geografica romana)

Intanto c'è da dire una cosa (non l'ho detta io, ma il grande Bianchi Bandinelli) : il ritratto realistico, con caratteristiche fisionomiche puntuali nasce dove la società è fortemente politicizzata.
In Grecia (anche se i ritratti , come le statue, non ci sono più, visto che erano in bronzo) è un genere poco usuale.
In Italia invece già nel IV sec. a.C., questo genere di ritratto si trova.

E partiamo da Polibio.
Lo storico greco giunse quarantenne  a Roma, prigioniero eccellente, nel 166 a.C. e qui rimase 17 anni ; rimase colpito dai costumi romani e il resoconto sulle esequie, lo si riporta qui sotto

"Quando qualche illustre personaggio muore, celebrandosi le esequie, è portato con ogni pompa nel Foro, presso i cosiddetti rostri ed ivi posto quasi sempre dritto e ben visibile, raramente supino.
Mentre tutto il popolo circonda il feretro, il figlio, se ne ha uno maggiorenne e se si trova presente, o in mancanza qualcuno ella famiglia, sale sulla tribuna, rammenta le virtù del morto e le imprese felicemente compiute in vita. Perciò tra la moltitudine non solo coloro che hanno preso parte a quelle imprese, ma anche gli estranei, gli uni richiamando alla memoria e raffigurandosi gli altri il passato del defunto, tutti si commuovono a tal punto che la perdita appare no limitata a coloro che sono in lutto, ma comune a tutto il popolo.
Dopo la laudatio funebris, il morto si seppellisce con gli usuali riti funebri e la sua immagine, chiusa in un reliquiario di legno, viene portata nel luogo più visibile della casa. L'immagine è una maschera di cera che raffigura con notevole fedeltà la fisionomia e il colorito del defunto. In occasione di pubblici sacrifici espongono queste immagini e le onorano con ogni cura; e quando muore qualche illustre parente le portano in processione nei funerali, applicandole a persone che sembrano maggiormente somiglianti agli originali per statura e aspetto esteriore. Costoro, se il morto è stato console o pretore, indossano le toghe  preteste (cioè orlate di porpora), se censore toghe di porpora, e ricamate in oro se ha ottenuto il trionfo o qualche altra onorificenza del genere"
                               Polibio, Storia,1 VI,53

Statua Berberini, I sec. a.C., Roma, Palazzo dei Conservatori

Insomma, il diritto di tenere le immagini (Ius imaginum) nel cortile interno della casa era solo patrizio ed era stimolo per altre più grandi imprese.
Dalle immagini di cera si passa alla riproduzione in marmo delle fattezze del morto in più esemplari, visto che ogni familiare voleva portare con sè l'albero genealogico.

A proposito di questo, sappiamo da testimonianze scritte (Plinio, Nat. hist. XXXV, 6) che le immagini erano conservate in armadietti, ognuna col nome e i titoli del defunto e legate tutte insieme da nastri rossi: ecco l'albero.
 Ecco che la statua Barberini mostra il significato di "casta": il personaggio togato- nel cui volto è leggibile una somiglianza coi due busti- esibisce con orgoglio le immagini di due suoi antenati.
Certo che questo è un ritratto privato, ma non nel senso in cui lo consideriamo noi oggi; ogni romano apparteneva alla famiglia e allo Stato.

Ed ecco che se il ritratto è espressione dell'aristocrazia senatoriale, sarà esaltato nei periodi più conservatori, come il quello di Silla, dopo le grandi paure delle riforme dei Gracchi.

Ritratto di ignoto, 80-70 a.C., marmo,h.31 cm
Osimo,Palazzo comunale
Si veda questo incredibile ed impietoso ritratto; l'uomo, certamente un patrizio romano, vuole mostrare attraverso le rughe profonde, veri e propri solchi che scavano il volto, come  la vita del patriziato romano sia dura e lontana dai piaceri. 
Un ritratto come questo, che enfatizza i "difetti" fisionomici, vuole quasi distaccarsi dalla mondana eleganza ellenistica , per celebrare l'austerità.
Ritratto di ignoto, I metà sec.a.C, marmo,h.35 cm
Roma, Museo Torlonia
Stesso vale per il ritratto qui sopra.

Ma se si è personaggi ricchi e famosi (leggi Cesare e Pompeo) , l'immagine impercettibilmente cambia. 
Ecco qui uno dei ritratti di Cesare
Ritratto di Cesare, metà I sec.a.C., narmo, h.52 cm
Roma, Musei vaticani
Il condottiero è effigiato con uno sguardo penetrante ed assorto, anche se le rughe sono appena accennate ; e , come ci racconta Svetonio Sopportava malissimo il difetto della calvizie per la quale spesso fu offeso e deriso, e per questo si era abituato a tirare giù dalla cima del capo i pochi capelli. 
                                                      (Svetonio, Cesare,44-45)
O Pompeo
Testa di Pompeo, 53 a.C, marmo, h.cm 26
Copenaghen, Ny Carlsberg Glyptothek
Immaginiamo questo ritratto posto in un luogo pubblico (del resto, anche la casa del ricco Pompeo era frequentatissima e pubblico luogo, dunque) ; e allora nel ritratto si riconoscono sì i tratti caratteristici del volto del triumviro, ma si aggiunge anche il vezzo del ciuffo al centro della fronte (l'anastolè di Alessandro di Macedonia !) per rimarcare il carattere vittorioso del personaggio.

Crasso, infine.
Uomo ricchissimo e "duro", viene così raffigurato nella testa del Louvre; non un sorriso, parti in ombra ancor più evidenziate dal plastico chiaroscuro 
Testa di Marco Licinio Crasso, metà I sec.a.C. marmo
Parigi, Museo del Louvre

Poi verranno gli imperatori.
Ma questa, anche se strettamente legata alle teste qui sopra, è altra storia.