martedì 2 settembre 2014

Settecento Un secolo breve , dal 1715 all'Ottananove L'architettura

Il re è morto, viva il nuovo re.
Quando nel 1715 il re Sole morì, impazzarono i festeggiamenti per le vie di Parigi ed il bambino che a soli cinque anni venne incoronato re, fu all'inizio bene amato dalla popolazione. Del resto ci voleva poco..
Se il suo predecessore nel 1668 aveva deciso ampliamenti faraonici nel vecchio castello di Versailles ed

aveva imposto all'architetto Louis Le Vau una Galleria degli specchi unica nella sua magnificenza,
il piccolo re, grazie ad i suoi precettori, passò alla storia (dell'arte, si intende!) per lo stile Rococò o stile Reggenza 
Le caratteristiche peculiari di questo stile? Leggerezza delle membrature, luminosità cromatica, scelta di materiali come legno , stucchi, lacca, curve a C e S, fiori, rami, cineserie. La grazia contro la ridondanza del barocco.
Il nome? Deriva dal francese Rocaille , cioè conchiglia, tipica decorazione che si trovava nelle grotte dei giardini o negli interni.
E se il barocco era l'architettura di grandi spazi, il rococò, salvo casi specifici, si manifestava in luoghi più ristretti.
Guardiamone alcuni

Ecco l' Hotel de Soubise (oggi archivio di stato) a Parigi, opera di Germaine Boffrand (1667/1754) che, dopo essere diventato primo architetto del duca di Lorena nel 1711, ebbe fama e fortuna economica grazie all'edilizia speculativa degli hotel parigini.
Il Salone ovale qui sopra riprodotto è una delle prime testimonianze (siamo negli anni 1735/39) del nuovo stile:  tinte pastello, legno dipinto e mai lasciato naturale, illuminazione diffusa da ampie finestre che creano un rapporto di vuoti e pieni che ritroveremo in altre residenze nobiliari e pannelli dipinti con storie di Amore e Psiche da Charles Natoire, pittore alla moda e direttore dell' Académie de France a Rome , istituzione fondata quasi un secolo prima da Luigi XIV, che ebbe gran peso sui destini di Jacques Louis David (ma questa è un'altra, bellissima, storia.....)

Oppure l' Amalienburg (1734-39)  , capolavoro di François de Cuvilliers (1695/1768):
Lieve, elegante, delicato, questo luogo di delizie costruito all'interno del Nimphenburg a Monaco per la principessa Amalia di Baviera, si sviluppa su un solo piano, con un ambiente circolare al centro che determina una piacevole curva nel giardino.
Anche qui le tinte sono tenui, vi sono porte finestre che creano un rapporto privilegiato con la natura all'esterno, le decorazioni a stucco sono aggraziate ed attestano la formazione orafa dell'architetto belga
Ma è l'interno il piccolo gioiello.
Come una bomboniera, la sala centrale ci lascia a bocca aperta. La decorazione in legno scolpito ed argento, le tinte tenui e i colori opachi, non traslucidi, la luce che penetra e si riflette attraverso gli specchi, rendono questo ambiente il cuore pulsante del microcosmo della principessa..
Ma oltre ai balli, cosa amava Amalia? I suoi cani!
E così un'ala dell'edificio ospita le cucce degli amati animali , ed anche qui la decorazione su pannelli di legno opachi non è affatto pesante ma aggraziata e ottenuta grazie ad un unico colore, l'azzurro.

Ancora. Ecco il Belvedere di Vienna  ( i lavori iniziarono nel 1714) , opera di Lucas von Hildebrandt (1668/1745) .

L'artista era profondamente legato all'Italia ; era nato a Genova da madre italiana ed aveva studiato a Roma con Carlo Fontana. Proprio qui aveva ammirato il Belvedere vaticano e, tornato a Vienna, lo aveva fatto "rivivere" nel  castello . Il rapporto architettura/ giardino è strettissimo. Ancora una volta le porte finestre  sono preferite ai massicci portali rinascimentali e barocchi. Anche qui  linee curve ed assenza di spigoli.

Interno rococò di una chiesa? Scelgo quella dei Vierzehnheiligen ( o dei 14 santi) a Bad Staffelstein  , opera di Balthasar Neumann (1687/1753).
Certo, questa architettura è la continuazione diretta della complessità barocca di Borromini e Guarini, ma i progetti di Neumann sono "giocosi, frivoli, ma anche "cerimoniali" e complessi come le fughe di Bach" (Anton Pevsner, Hugh Honour, Dizionario di architettura)
Sempre di Neumann è la famosa Residenz  a Wurzburg (qui c'è anche lo zampino di Lucas von

Hildebrandt..) del 1720. Per il principe vescovo von Schonborn venne creato un castello che mostrasse la magnificenza- e l'opulenza!- del cattolicesimo.
L'ambiente più famoso è lo scalone d'onore che si innalza ad altezze mozzafiato per l'epoca  e che vede
sul soffitto il più grande affresco del mondo- più di 600 metri quadri- opera di Giambattista Tiepolo , che celebra l'apoteosi della casata tedesca , dinnanzi alla quale si inchinano i quattro continenti.
Tiepolo lavorò coi figli due anni- tempo relativamente breve- nel 1752-53 e si avvalse dell'aiuto di quadraturisti che velocemente riportavano sul soffitto architetture dipinte e disegni preparatori.
All'apice della fama, il pittore veneziano utilizza qui le stesse tinte tenui dell'architettura rococò e per smorzare i colori sappiamo che volle un intonaco ottenuto con granelli di sabbia dalla grana più grossa, per rendere più scabra la superficie. Gli svolazzi sono in linea con la moda dell'epoca, le figura sembrano cadere dalle cornici, l'effetto di scorcio (marchio di fabbrica della pittura di Veronese e Tintoretto, veneti anche loro) è ancor più esasperato. Il fine era la meraviglia...

E in Italia? Due esempi diversissimi.
Il primo è la risposta italiana a Versailles: la Reggia di Caserta  iniziata da Luigi Vanvitelli (1700/1773) nel 1750.

Voluta da Carlo III di Borbone in posizione decentrata - troppo vulnerabile ad attacchi se costruita a Napoli!- , la più vasta reggia del mondo per superficie occupata può essere riassunta così : greve all'esterno- quasi già neoclassica nella monotona facciata-, ardita, libera, stravagante all'interno delle sue 1200 stanze.
Ecco lo scalone e il vestibolo , veri capolavori di grandi spazi.

Così sontuosa e senza tempo , questa scalinata, da essere stata scelta come reggia dei Naboo della regina Amidala nella saga Guerre stellari La minaccia fantasma

E poi, dulcis in fundo, le opere di Filippo Juvarra (1678/1736)
Messinese, proveniente da una famiglia di orafi e cesellatori, venne chiamato a Torino nel 1714 da Vittorio Amedeo II di Savoia per rinnovare totalmente la città.
Prima la Basilica di Superga (1715/31), memore di sant'Agnese in piazza Navona del Borromini
Poi , sempre a Torino, Palazzo Reale (dal 1718) , saggio "restiling" del vecchio castello medievale
La scala delle forbici al suo interno, non ha nulla da invidiare alle residenze signorili d'Europa.
Infine la villa di delizie, la Palazzina di caccia di Stupinigi
A questa Juvarra lavorò dal 1729 fino al '33, prima per Vittorio Amedeo, poi nel 1730 per Carlo EmanueleIII.
Stupinigi diviene il luogo delle feste galanti, dell'intrattenimento della nobiltà, dopo le battute di caccia al cervo che si svolgeva nei boschi dei Savoia.
Intanto la pianta.
Il corpo di fabbrica principale è dato dal salone ovale, luogo dei balli, sul quale si innestano, a mo' di croce di sant'Andrea, quattro corpi di fabbrica, due dei quali creano un cortile interno ottagonale (negli anni il progetto originario venne modificato per un ampliamento della residenza)
Si giungeva a Stupinigi grazie ad una strada che correva parallela all'edificio e l'architetto aveva persin previsto la piantumazione di alberi dal più alto al più basso, di modo da mostrare a poco a poco ( in gergo si chiama visione a cannocchiale rovesciato)- e lateralmente- la facciata dell'edificio. L'occhio doveva abituarsi alla bellezza del luogo e non ., come nel Barocco, alla grandiosità ostentata  quasi "brutalmente".
Come per le residenze viste fino ad ora, anche qui l'architettura ed il parco dovevano "conversare" amabilmente. In cima alla cupola il cervo di bronzo faceva capire lo scopo della costruzione ed il tema della caccia è ripreso anche negli interni. 
Corna di animali, affreschi dedicati a Diana decorano il salone ovale.
E altro ambiente alla moda è il gabinetto cinese, rivestito di pannelli in legno opera di Michele Antonio Rapous, uno dei tanti artigiani che contribuirono a decorare gli interni settecenteschi.
Tanti altri gli esempi di queste "ville di delizia" per fare il verso all'opera di Marcantonio dal Re che aveva catalogato residenze lombarde, ma sarei prolissa.
E sulla pittura, altra storia.
Però, giuro, più breve!

sabato 30 agosto 2014

Da Malles a san Candido Uno, il mio, itinerario romanico.

Dalla val Venosta, così vicina ai Grigioni, fino a San Candido, a pochi passi dall'Austria.
Tante sono le testimonianze romaniche. Io ho scelto alcuni luoghi, a me cari, ma ognuno è libero di amarne altri. Tanto il Romanico è sempre diverso, moderno, in alcuni casi naif.
Partiamo da Malles, dalla piccola chiesa di san Benedetto.
Da fuori, una delle tante pievi di cui  è disseminato il nostro territorio : forme semplici, muri massicci , slancio verticale ottenuto soltanto dal campanile a monofore e bifore, aggiunto nel XII secolo.
 La decorazione ad arcatelle , marchio di fabbrica del romanico "lombardo" è l'unico elemento che ingentilisce la torre campanaria e la chiesa tutta.
Ma l'interno ci dispensa sorprese.
Nella semplicità della pianta rettangolare triabsidata, si rivela un ciclo di affreschi di epoca carolingia.
Al centro, nel catino absidale maggiore, è raffigurato Cristo tra due angeli; ai lati san Gregorio magno e santo Stefano, entrambi con libri sacri in mano.
Ma i dipinti più freschi e particolari sono quei due affreschi posti a coronamento dell'abside centrale, leggermente più in basso.
Il primo, quello a sinistra, raffigura un signore carolingio, forse un conte retico, con in mano la spada, simbolo del potere temporale su quelle terre. Le vesti sono quelle dell'epoca di Carlo Magno, lo sguardo, vivo, è rivolto verso l'altare.
La seconda figura, a destra, è quella di un religioso che in ginocchio offre il modellino della chiesa a Gesù.
Sicuramente era il committente dell'edificio, sicuramente sia lui che l'altro personaggio volevano essere ricordati come persone "in odore di santità", visto che entrambi hanno un'aureola quadrangolare, in uso nell'iconografia per segnalare personaggi non ancora canonizzati.
Entrambi i personaggi, pur avendo lineamenti semplici, riescono ad essere eleganti sia nella cura delle barbe, sia nei morbidi panneggi, molto vicini ad immagini miniate coeve.

Si scende a valle ed ecco Naturno, che noi si conosce per essere la "location" di uno degli svariati castelli di Messner. A noi questi non interessano.
La chiesa di san Procolo sì!
Deliziosa tra meleti e vigneti, eccola col suo campanile che la segnala da lontano.
Tanti gli interventi su questo piccolo gioiello, tutti ben documentati e ricostruiti nell'efficiente e adiacente museo.
Quindi : la chiesa sorge sui resti di un'abitazione tardo romana (VI secolo).
            l'edificio vero e proprio è del IX secolo
            All'esterno begli affreschi quattrocenteschi danno un tocco di colore che a fine estate fa pendant con
            le mele rosse e gialle
         
Ma anche qui, come in molte chiese romaniche, è l'interno che ci rivela  autentici capolavori, come i gioielli racchiusi in una semplice teca.
Ferdinando Bologna, a cui va il merito di aver dato lustro alla pittura italiana delle origini, ha descritto queste opere :"in cui si afferma una vita poetica di altra natura, più sconcertantemente anticlassica e visionaria. La loro rudezza non è segno di imperizia, ma di una determinata volontà di trasfigurazione"
Il santo più simpatico del medioevo eccolo qui! E' san Procolo che fugge da Verona calandosi a mo' di altalena da una torre ? ( si notino le mani che non afferrano le corde ma che nonostante ciò, proprio perché strette a pugno ci danno l'idea di una presa sicura, o si ammirino i panneggi  policromi e tondeggianti che segnano le ginocchia!). E' san Paolo che fugge anche lui? Poco importa! Fresco e vivo è il volto, mentre quello del personaggio esattamente sopra di lui, affacciato da una torre, non c'è più, forse cancellato (la "damnatio memoriae" ) in quanto aguzzino.
Ed ecco una teoria di persone ; discutono animatamente e questo ce lo raccontano i gesti eloquenti e gli sguardi ; geniale il modo di definire le labbra. Ecco il primitivismo a cui gli artisti del Novecento - Picasso, Modigliani, Chagall- hanno attinto

Libertà creativa, insomma, con un riscontro con le miniature irlandesi o con gli evangeliari (vedi quello di Echteranach risalente al X secolo e oggi alla Biblioteca Nazionale di Parigi )

La val Venosta finisce, siamo vicino a Merano. E allora ci si inerpica fino a Castel Tirolo per per cercare la pieve di san Pietro a Quarazze. Non è niente di speciale, è semplicemente piccola . E il panorama vale l'arrampicata!


e ora, Castellappiano!

Posto su una rupe scoscesa, in posizione di dominio sopra la conca di Bolzano, sorse probabilmente agli inizi del 1100. Al suo interno è racchiusa la cappella dedicata a santa Maddalena, su due piani, come un'ampia cripta e sopra un locale triabsidato.
La decorazione dell'interno presenta un'annunciazione e una visitazione in cui l'anonimo pittore riesce a regalarci un commosso incontro tra Maria ed Elisabetta ed un angelo annunciante vivo e in movimento, non ingessato, non gerarchico.
Nel catino absidale , caso raro, al posto di Cristo in gloria compare la Vergine in trono, con in braccio un Cristo non più neonato, già bambino.
Anche nell'episodio delle vergini fatue , il connubio arte nordica/arte bizantina è quasi perfetto; leziose, sembrano accennare un pazzo di danza mentre le loro lampade rimangono spente, come nel racconto evangelico di Matteo (25,1,13)

Altri vigneti, altro vino.
Ecco san Giacomo a Termeno.
Il ciclo di affreschi all'interno mostra incredibili esseri ibridi che combattono tra loro, demoni - il male-all'interno di una chiesa- il bene.
Centauri, tritoni, arpie, ecco il bestiario medievale che di solito compare sui portali con la funzione di tener lontano il male; qui invece i mostri sono all'interno, forse per ricordare agli uomini del passato e a noi, quanto labile sia il confine tra bianco e nero.
La data? incerta. Forse siamo agli inizi del Duecento. Le maestranze? Austriache? Tedesche? Chissà. Già gotiche però nei gesti che evidenziano la sofferenza, insomma i sentimenti delle persone. E questo è un tema caro al Gotico di Oltralpe.


E poi, alla fine del viaggio, in fondo alla val Pusteria, ecco il paese che da bambina, senza saperlo, più e più volte disegnavo, un microcosmo completo e compiuto. Ecco san Candido, nell'antico territorio romano del Norico.
E nel centro del paese ecco la Collegiata, il più importante monumento romanico dell'Alto Adige., sorto su un'abbazia benedettina del VII secolo e con forme che attestano influssi lombardi (molto banalmente, vedi sant'Ambrogio!)
L'interno,a tre navate, ampio ma nello stesso tempo raccolto nella penombra , mostra nella zona dell'altare un crocifisso ligneo policromo dei primi del Duecento ; a fianco della croce , composti nel dolore sono raffigurati Maria e Giovanni. Ai piedi della croce un volto calpestato da Cristo ; è la raffigurazione del teschio di Adamo o forse gli occhi lievemente a mandorla rappresentano la paura di popoli che vengono da lontano e che possono essere sottomessi al cristianesimo?

Chi lo sa. Il dubbio è amletico, mi è venuta fame, andrò  al rifugio Jora per mangiare le prelibatezze di Markus Holzer. Non solo l'occhio vuole la sua parte!

domenica 8 giugno 2014

Le Muse inquietanti

L'ingegnere ferroviario  Evaristo de Chirico era, ovviamente, sempre in viaggio, e con sè aveva portato la sua famiglia.
In Grecia, a Volos, nel 1888 nacque Giorgio, tre anni dopo, ad Atene, Andrea (che poi cambiò il suo cognome in Savinio)
Dunque il viaggio è stata una costante nella vita dei due pittori : l'infanzia in Grecia, la giovinezza a Monaco (nel 1906 per far studiare musica al talentuoso Andrea, considerato allora dalla famiglia quello su cui spendere aspettative..), dal 1910 al '15 a Parigi , dove Giorgio conobbe Apollinaire e dove le avanguardie imperversavano.
Poi la guerra.
Anche i de Chirico partirono volontari -era di moda, suvvia!- 
Anche loro si accorsero ben presto che un conto era cantarla, la guerra, altro era farla.
E così i due fratelli si fecero ricoverare a Ferrara, nell'ospedale militare, nel 1916 e lì trovarono anche l'ormai ex futurista Carrà.
Boccioni in quell'anno aveva trovato la morte, il giovane architetto Antonio Sant'Elia idem.
Giorgio de Chirico, Le muse inquietanti, 1916, olio su tela, cm 97 x 66, Milano, collezione privata.

Ed ecco il capolavoro di de Chirico, considerato il punto d'inizio della metafisica e una delle radici del Surrealismo.

In una piazza assolata, bagnata da una luce direzionata e netta (luci ed ombre marcatissime) , strane presenze si rivelano a noi grazie anche ad una sorta di piano inclinato di certo memore degli spazi di Cézanne.
In primo piano due manichini - l'uomo , in questa fase pittorica non è mai presente- , uno in piedi di spalle, un altro , acefalo, seduto.
Il richiamo all'amata Grecia è evidente in queste due presenze; la prima molto simile alle Korai arcaiche (qui sotto è proposta la famosa Hera di Samo del 570/60 a.C. che de Chirico aveva sicuramente ammirato al Louvre) , la seconda dalla postura delle Matres matutae di cui la Sicilia, terra d'origine dei de Chirico, è piena.
Capua , Matres Matutae con bambini in grembo, V sec. a.C., Museo campano di Capua
Tra i due manichini sono presenti uno strano bastone cilindrico, simile ad un metro per sartoria, una scatola colorata e una forma ovale, come una testina usata dalle modiste.
Insomma, sono presenti oggetti tolti dal loro contesto abituale, in un'operazione vicina a quella dei Dada di quegli anni.
Questo è ciò che de Chirico scriverà nel 1919 nel saggio Sull'arte metafisica
 “Pigliamo un esempio: io entro in una stanza, vedo pendere una gabbia con dentro un canarino, sul muro scorgo dei quadri, in una biblioteca dei libri; tutto ciò che mi colpisce non mi stupisce, poiché la collana dei ricordi che si allacciano l’un l'altro mi spiega la logica di ciò che vedo; ma ammettiamo che per un momento e per cause inspiegabili ed indipendenti dalla mia volontà si spezzi il filo di tale collana, chissà come vedrei l’uomo seduto, la gabbia, i quadri, la biblioteca; chissà allora quale stupore, quale terrore o forse anche quale dolcezza e quale consolazione proverei io mirando quella scena.
La scena però non sarebbe cambiata, sono io che non la vedrei sotto un altro angolo.
Eccoci all'aspetto metafisico delle cose.
Deduco, sì può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica, così come certi corpi occultati da materia impenetrabile ai raggi solari non possono apparire che sotto la potenza di luci artificiali quali sarebbero raggi x”. 
( dal passo riportato si può dedurre come la filosofia di Nietzche , studiata a Monaco, sia stata assimilata)

In secondo piano, sulla destra ed all'ombra di un anonimo edificio è rappresentata un'altra statua  ed infine sullo sfondo, sotto un cielo plumbeo, chiudono la composizione il Castello Estense di Ferrara ed una fabbrica.

"Ferrara è la città delle sorprese; oltre che l'offrire in alcuni punti, come quella ineffabile piazza ariostea, splendide apparizioni di spettralità e bellezza sottile, quella città offre pure il vantaggio di conservare in modo affatto particolare lembi della grande notte medievale, lembi che sussistono ancora misteriosamente per un certo senso indefinibile ed inspiegabile che alita sulla città" 
Così de Chirico vedeva la città estense.
E cosa c'è di inquietante in quelle muse? 
Forse il fatto che  siano inserite in un contesto urbano a loro alieno.
Forse sono inquietanti come certi sogni che sembrano a noi terribilmente reali ed invece sono creazioni del nostro inconscio.
Il risultato, ottenuto con una tecnica magistrale ed una pittura da "ritorno all'ordine" , è sotto i nostri occhi ed ha influito , e tanto, sulla pittura di Magritte.
Ma anche questa è altra storia.

martedì 20 maggio 2014

Astrazione, astrattismi




L'arte non rappresenta il visibile
ma rende visibile ciò che non
sempre lo è”
Paul Klee

ARTE ASTRATTA O NON FIGURATIVA
è l'arte che NON riproduce o rappresenta
immagini riconoscibili ma ne fa
ASTRAZIONE per giungere alla forma pura

La mancanza di oggetti o temi leggibili NON significa mancanza di significati anche se questi sono espressi solo dai colori, linee, forme compositive
  • (vedi l'architettura , per esempio, che ha un valore espressivo e teorico anche se non riproduce alcun oggetto naturale)
  • (vedi la musica che può evocare sentimenti e pensieri senza riprodurre alcun dato specifico)
  • Così la pittura- per gli astrattisti- non ha bisogno di imitare la realtà.

Tanti i segnali dell'avvento dell'Astrattismo
esempio
  • Il Romanticismo, che distingue tra imitazione e creazione, predilige quest'ultima
  • il Simbolismo che asserisce che compito dell'arte è indagare ciò che è oltre il sensibile
  • il Neoimpressionismo che si sofferma sul segno, la pennellata, i rapporti tra i colori
  • o Gauguin che fa scoprire che , esempio, il mare si può dipingere rosso se si sente rosso.
Paul Gauguin, Come, sei gelosa?, olio su tela, 1892, Mosca , Museo Puskin
Ecco le basi!

Inoltre a fine Ottocento il filosofo tedesco Konrad Fiedler e lo scultore suo conterraneo elaborarono la teoria della PURA VISIBILITA'
  • L'arte è un linguaggio specifico con leggi proprie, che ha come fine la visione
  • Principio e scopo dell'attività artistica è la creazione di forme che esistono solo grazie all'arte
E poi lo scritto di Wilhelm Worringer ,Astrazione e empatia del 1907. Qui Worringer divide il fare artistico 
  • in ASTRAZIONE (vedi l'arte dei "primitivi" o il decorativismo fantasioso del Gotico
  • ed EMPATIA (un'arte che , entrando empaticamente in sintonia con la natura perché sua imitatrice corrisponde al classicismo e dunque al mondo - e al modo di pensare- dell'Occidente)
Storicamente parliamo di astrattismo con il Primo acquerello astratto di Kandinskij del 1910/11
Wassilij Kandinskij, Primo acquerello astratto ,Parigi, Centro Georges Pompidou

In realtà K. è giunto per gradi.
Uomo di legge, aveva abbandonato , dopo un viaggio nel nord della Russia, la cattedra universitaria èer dedicarsi all'arte.
Nel 1896 si trasferì nell'effervescente Monaco e prese lezioni dal simbolista Franz von Stuck.
La strada era tracciata.
Fondò nel 1901, insieme alla compagna Gabriele Munter e Alfred Kubin (tutti pittori) il gruppo Phalanx

.Già dall'illustrazione per la prima mostra, si nota l'amore di Kandinskij per il blu e per i cavalieri; i due personaggi di profilo sono la falange armata della nuova arte espressionista. L'amore per il medioevo incantato e per le favole si nota anche dalla città stilizzata sul fondo e le scelte  grafiche , sebbene con caratteri  ancora Jugendstil , preannunciano l'interesse per questo veicolo di comunicazione che si ritroverà nel periodo Bauhaus.
Insomma, dalle prime opere ancora figurative

(Coppia a cavallo, 1906, olio su tela, cm.50 x 55, Monaco,Stadtische Galerie im Lembachaus )
si passa a Paesaggio con torre del 1908, olio su cartone, 74 x 98, Parigi Centre Pompidou, opera nella quale l'allontanamento dal soggetto è ben evidente. Certo, si riconoscono ancora case, alberi e prati, ma questi sono definiti attraverso il colore fauve e non più imprigionati nei contorni del disegno

La potenza del colore è tutta cantata nell'acquerello del 1911 e descritta nel testo fondante della pittura del russo, Dello spirituale nell'arte, dato alle stampe a Monaco nel 1912
Forme e colori hanno un loro linguaggio, svincolato dal reale, inteso come figurativo. Questo è ciò che K. afferma :
«Chi ha sentito parlare di cromoterapia sa che la luce può avere effetti sull’organismo. Più volte si è tentato di adoperare la forza del colore per curare varie malattie nervose, e si è osservato che la luce rossa ha un effetto vivificante e stimolante anche sul cuore, mentre la luce azzurra può portare ad una paralisi temporanea. [....] Questi fatti dimostrano comunque che il colore ha una forza, poco studiata ma immensa, che può influenzare il corpo umano, come organismo fisico. [...] In generale il colore è un mezzo per influenzare direttamente un’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima. E’ chiaro che l’armonia dei colori è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima. Questo fondamento si può definire principio della necessità interiore.

Troppo vasta sarebbe la trattazione del Kandinskij in Russia, al Bauhaus e poi fuggiasco perchè "artista degenerato",  in Francia.
Si accenna soltanto alla seconda opera scritta Punto, linea e superficie, del 1926; le lezioni tenute al Bauhaus trovano qui pubblicazione e la pittura di questi anni diviene più rigorosa
Punte nell'arco, 1927, olio su tela, 66 x 49 cm, Parigi collezione privata
Qui, nonostante l'ordine dettato dalle tre figure geometriche chiave (il triangolo, tendente verso l'alto, il quadrato severo e materico e dunque rosso, il silenzioso blu del cerchio) , il ritmo dolcemente oscilla grazie all'arco formato dagli spigolosi triangoli

E poi tanti altri astrattismi
In Russia
  • il Suprematismo di Malevic (Alla ricerca della forma assoluta, l'essenza)
  • il Costruttivismo di Tatlin (più proiettato verso una funzione progettuale dell'opera d'arte) 
  • Kazimir Malevic, Quadrato nero e quadrato rosso, 1915, olio su tela , Wilhelm Hack Museum , Ludwigshafen
In Olanda
  • De Stijl di Mondrian (L'arte astratta come neoplasticismo -nuova forma- , come esigenza di un nuovo equilibrio tra universale e particolare)
    Attraverso la purezza degli accordi tra linee e colori, tra grandezze e quantità,e grazie alla ricerca delle strutture logiche del reale si elimina, secondo Mondrian , il dato naturale e dunque l'aspetto tragico delle cose.
Pietr Mondrian, L'albero rosso, 1908, olio su tela, L'aia, Geneentenmuseum

 Pietr Mondrian , L'albero argentato, 1911, L'aia, Geneentenmuseum
Pietr Mondrian, Quadro I, 1921; olio su tela, 96 x 60 cm, Basilea, collezione privata

O ancora in Svizzera con Paul Klee

Strada principale e strade secondarie, 1929, Colonia, Ludwigmuseum
in cui l'astrattismo a quei tempi rigoroso di Kandinskij si stempera in paesaggi fantastici ed in linee diagonali che si ricongiungono all'orizzonte.

giovedì 8 maggio 2014

Boccioni e la doppia serie degli "Stati d'animo

Ognuno di noi ha avuto, ha , avrà un anno "speciale".
Bene, quello di Umberto Boccioni è stato il 1911.
Ha ventinove anni, ha finalmente trovato la città che sente sua, Milano, ha conosciuto l'esuberante Filippo Tommaso Marinetti che è pronto a proiettarlo nel firmamento artistico internazionale.
La pittura ormai  la mastica con successo, dopo aver seguito a Roma nei primi anni del Novecento gli insegnamenti di Giacomo Balla e a Milano i preziosi consigli di Gaetano Previati.
Tutti e due, seppur in maniera diversa, divisionisti.
Vende al musicista Ferruccio Busoni, proprio nel 1911 La città che sale, policromo inno alla vita e, fiducioso per i buoni riscontri di critica, si appresta a dipingere un trittico dedicato agli stati d'animo moderni.
Ne nasce la prima versione, quella conservata al Museo del Novecento a Milano.
Il trittico era "di moda" tra i divisionisti italiani : nel 1907 Previati aveva dipinto con una pennellata sfilacciata e con colori luminosi il Trittico del giorno (qui sotto riporto il pannello centrale, tutta l'opera è a Milano alla Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura)

 e il solitario Segantini aveva dipinto il Trittico delle Alpi ,conservato a Saint Moritz, nel museo a lui intitolato

Quello di Boccioni però non vuole avere nulla di simbolico e stucchevole e l'ambientazione non sarà più la Natura benigna e immaginata ma il moderno: la stazione ferroviaria.
E così nascono i tre dipinti degli Stati d'animo prima maniera  che sono Gli addii al centro e ai lati Quelli che vanno e Quelli che restano.

Vediamoli.
Umberto Boccioni, Stati d'animo I.Gli addii, 1911, 58,4 x 86,4 cm, Milano Museo del Novecento
Con una pennellata memore delle tendenze espressioniste e della linea sinuosa e agitata di Munch (pittore molto amato dal Boccioni di questo periodo) , l'artista dipinge al centro dell'opera un abbraccio che a fatica si scioglie tra due persone. La visione è dall'alto e la ripetizione di altre due coppie, più piccole e decentrate rispetto alla prima, rende l'addio ancor più doloroso. Il colore, pastoso e filamentoso, contribuisce alla creazione di un clima di "angoscia da separazione".

Umberto Boccioni, Stati d'animo I. Quelli che restano, 1911, 71 x 96, Milano, Museo del Novecento
Ecco come immagina chi rimane mentre tu sei partito: fermo, piegato e chiuso nel dolore del distacco. Il colore? quello dell'equilibrio, della staticità: il verde. La pennellata? sempre "espressionista" e "fauve" (nel 1906 Boccioni era stato a Parigi ed aveva conosciuto Matisse, oltre che Picasso "rosa") con filamenti verticali, quasi lacrime copiose che annebbiano la vista.
Anche gli alberi, sagome stilizzate, sono spogli.


Umberto Boccioni, Stati d'animo I. Quelli che vanno, 1911, 71 x 95, Milano, Museo del Novecento
Il dinamismo, tema forte del futurismo, qui è reso grazie ad un'immagine vista dal finestrino di un treno in movimento: tutto sfugge veloce come le case in alto a destra ancora ben strutturate e in verticale che in alto a sinistra sono raffigurate in diagonale. Il treno acquista a poco a poco velocità ed il paesaggio diventa meno riconoscibili. Lo spettatore - noi sul treno che dal finestrino osserviamo- è rappresentato dal volto tagliato posto all'estrema sinistra del dipinto. Ecco come si fa a rappresentare la velocità!

Poi , verso fine anno Boccioni torna a Parigi.
Il giovane Picasso aveva ormai stupito il mondo col suo cubismo ; di questo periodo è il Ritratto di Ambroise Vollard (olio su tela, 92 x 65, Mosca, museo Puskin)

e Boccioni non resta insensibile alle scelte dello spagnolo. Quella "dislocazione e smembramento degli oggetti, sparpagliamento e fusione dei dettagli, liberati dalla logica comune e indipendenti gli uni dagli altri" riferiti alle opere  di Boccioni post 1911, sono esplicito riferimento alla scomposizione cubista.
Al ritorno a Milano ecco la seconda versione degli Stati d'animo , risciacquati nella Senna.

Umberto Boccioni,Stati d'animo II. Gli addii, 1912, 70,5 x 96,2, New York, MOMA
Ecco la scomposizione cubista a cui  Boccioni aggiunge il colore e il movimento.
Al centro la locomotiva, di cui riconosciamo il numero di serie, lo spoiler, i fari, sembra farsi spazio tra una mesta folla di persone che sono rimaste sulla banchina della stazione. Il colore della velocità è un'onda rossa con arcobaleni gialli e blu; il colore della staticità è il verde. L'abbraccio di nuovo ripetuto è reso grazie alla scomposizione dinamica dei volumi.
In secondo piano le arcate in ferro battuto della stazione (sicuramente quella Centrale  di Milano) ed un palo dell'elettricità delineano il nuovo paesaggio urbano.

Umberto Boccioni, Stati d'animo II. Quelli che restano, 1912, 71 x 96 cm., New York MOMA
La seconda versione è una variazione sul tema della prima: stesso colore, stessa malinconia resa da una "ferma" cascata di lacrime, stessi personaggi che si palesano a noi , dal più grande e vicino a sinistra al più piccolo e lontano in alto a destra.
Umberto Boccioni, Stati d'animo II. Quelli che vanno, 1912,  71 x 96 cm. , New York, MOMA
Stessi colori dell'opera gemella (blu e giallo, freddo e caldo per rendere con più vigore il contrasto tra chi resta e chi parte). I volti qui però sono già maschere, o per dirla "alla Boccioni" , degli Antigraziosi (simpatico neologismo per non utilizzare la parola "brutto") , mediate dalle opere cubiste di Picasso.
Umberto Boccioni, Antigrazioso 1913,Roma, galleria d'arte moderna.
La staticità, l'accademismo mascherato, l'incuranza del soggetto, tutte accuse mosse dai futuristi ai "cugini" cubisti, eccole superate.
Nel 1913 arriverà Forme uniche della continuità dello spazio.
Che è di nuovo altra storia.